Saturday, December 9, 2023

Cardinal Sforza Pallavicino on Kristina's secret association with the Jesuits and preparations to abdicate and leave Sweden to officially convert to Catholicism

Sources:

Descrizione del primo viaggio fatto a Roma dalla regina di Svezia, Cristina Maria, convertita alla religione cattolica e delle accoglienze quivi avute sino alla sua partenza, pages 8 to 24, by Cardinal Sforza Pallavicino, published in 1838
Vita di Alessandro VII, volume 1, pages 344 to 352, by Cardinal Sforza Pallavicino, published in 1839

Above: Kristina.


Above: Pope Alexander VII.


Above: Cardinal Sforza Pallavicino.

The account:

... Sentendosi ella inquietare da varj dubbj, che in lei muoveva o l'acutezza dello spirito proprio, o la suggestione dello spirito nemico, desiderava di conferirne con uomini riputati, e massimamente con quelli della compagnia di Gesù, che sono i più celebri antagonisti degli eretici nel settentrione. Ma essendo esecrato da' Svezzesi il nome loro, come di tali, che avevano indotto già il re Sigismondo alla professione della fede cattolica, e alla sommessione di se, e del regno verso il romano pontefice, non vedeva modo per trattarvi. Ora Iddio del quale sono i più sottili artificj quelli, che all'uomo sembrano casi, come opere, nelle quali niente avendo l'industria umana, tutto l'artificio è di Dio, le aperse di ciò la strada nel mese di luglio, l'anno 1650. Era venuto nella Svezia Gioseffe Pinto Parer come ambasciadore del re di Portogallo per cagione di commercj marittimi; e stava con lui nell'ufficio di confessore un gesuita portoghese, ma senza l'abito odioso di quella religione, per nome Antonio Macèdo, persona di buon giudicio e di sufficiente letteratura. Non intendendo l'ambasciadore i linguaggi familiari alla reina, nè questa perfettamente il portoghese, valevasi quegli per interprete or in presenza, or com ambasciate d'un suo segretario, il quale in latino sponeva all'una i concetti del suo signore, ed a lui rendeva nel portoghese ciò che la reina diceva latinamente.

Avvenne che questo segretario infermò, sicchè l'ambasciadore non ebbe chi sostituire in un tal ministerio, se non il Macedo. La condizione di esso non era ignota alla reina: onde ella preso destro dall'occasione, introdusse con lui discorsi di lettere in prima generalmente, e poi anche di religione. E come scaltra a maraviglia nello scernere gli uomini, intese che col Macedo poteva allargarsi. Avanti al resto volle per varj tentamenti rimaner chiarita, s'esso e gli altri della sua scuola credevano in verità ciò che professavano, o più tosto eran simulatori di tal credenza per servire alla politica umana. Ma vide e toccò siccome egli, ed i suoi religiosi avevano tanto per vere le cattoliche dottrine, che stimavansi avventurati nel dare in difesa loro la vita.

Strinse perciò la pratica, e le conferenze non solo quando il Macedo andava a lei mandato dal suo signore, ma spesso eziandio presente questo, il quale nulla intendendo, solo accorgevasi che il colloquio fra la reina e il Macedo era più lungo assai di quanto portava ciò che egli all'interprete diceva, e ciò che da lui gli venia riferito come risposta. Ma il Macedo senza mentire ne assegnò per cagione varie domande letterarie frapposte dalla reina. Il che all'ambasciador non dispiacque, avvisandosi di guadagnarne per tal via più di grazia, e così di agevolezza ne' suoi affari. Quand'ella restò affidata a bastanza, veggendo che la pratica col Macedo non poteva esser nè libera, nè durevole, s'attentò a pregarlo, che portasse al general della compagnia una sua lettera di credenza, e gli sponesse a voce l'inclinazione, che ella sentiva ad abbracciar la fede cattolica; ma che innanzi desiderava di comunicar in materie di religione con due teologi di quell'ordine, i quali andasser colà travestiti e sconosciuti ad ognuno: volergli italiani, come di nazione a lei men sospetta, e che rendeva loro più esenti da rischio di scoprimento. Non fu restìo il Macedo, quantunque per non accomunar tanto arcano all'ambasciadore, gli convenisse di partirsi in sembianza di fuga: onde cadde in opinione a lui d'averlo tradito o con sottrargli alcuna scrittura, o con volerne rivelare i segreti. E però sollecitamente chiese, e per l'apparente giustizia della domanda impetrò dalla reina, che facesse tener dietro al Macedo per giugnerlo avanti l'imbarco, e ricondurlo a viva forza. Ella trovossi in angustie, non potendo aprirsi nè meno al proprio ministro, al quale commetteva questa essecuzione; tuttavolta gl'impose in occulto, che quando gli succedesse di sopraggiungere il Macedo s'argomentasse per ogni via di farlo tornare a buona voglia (il che sapeva ella, che sarebbe indarno) promettendogli di placar l'ambasciadore: ma, ove egli ripugnasse ostinatamente, gli comandasse il dileguarsi da' suoi stati, non volendo ella venir costretta a bruttarsi nel sangue di tale, con cui aveva tenuta qualche domestichezza; e fingesse all'ambasciadore di non averlo potuto arrivare. E fra tanto spacciò con tutti un fermo proponimento di non ricettar mai più sì cattiva razza, quali le riuscivano i gesuiti.

Il ministro ritrovò nel porto di Lubecca il Macedo, a cui la contrarietà del vento avea negato il far vela: ma nol potendo convertire alla volontaria tornata per allegar egli d'esser uomo di sua ragione, pose in effetto e con lui, e con l'oratore i secondi comandamenti della reina. Di che l'oratore informato scrisse per ogni parte contra quel reo innocente lettere di fuoco; onde questi e sofferse per via insidie alla vita, e in Portogallo infamia o di traditore al principe, o di apostata dalla fede. Pervenne a Roma l'anno 1651 sul finir dell'autunno: e trovò non più generale nè vivo quello, a cui la reina aveva indirizzate sue lettere, cioè Francesco Piccolomini; onde gli convenne di consegnarle al vicario surrogato da lui Gossuino Nickel assistente di Germania. E cadde opportunamente che questa mutazione fosse ignorata da Cristina, quando scrisse; perciocchè ella in materia, che risaputa poteva cagionarle per l'empie leggi di Svezia la perdita della corona, e insin della vita, non sarebbesi di leggieri fidata a un tedesco, nazione sì atrocemente offesa dalle paterne, e dalle sue armi. Il Nickel non osò d'imprender negozio di tanta mole col solo consiglio proprio: e reputò che gli fosse lecito di confidarlo ad un tanto uomo, qual era il cardinal Chigi allora segretario di stato, pratichissimo del settentrione, e suo intrinseco signore. Indi a conforti di lui abbracciò si pia inchiesta: e scelse occultissimamente per quella messione Alessandro Malines piemontese, e Paolo Casati piacentino, amendue nati nobilmente, periti dell'idioma francese, ch'era il più comune a Cristina, di mezza età, e di complessione tollerante d'ogni fatica, sperimentali nella virtù, vivaci d'ingegno, pronti di lingua, accorti nel trattare, e dotati di varie lettere così sacre, come profane, e massimamente delle geometriche, le quali essendo gradite singolarmente alla reina poteano e dar loro titolo di ragionar frequentemente con lei, e condire con diletto di essa i più severi discorsi.

Dopo varj stenti e pericoli pervennero a Stockolm, che è la città reale di Svezia al fin di febrajo dell'anno 1651. E perchè la reina non si fidava d'alcun de' suoi, convenne che per conghiettura venisse a notizia, loro esser dessi, riscontrando il corso del tempo, e la qualità delle persone. Onde un giorno mentre le precedeva il corteggio, e que' due onorati dagli altri come forestieri camminavano gl'immediati davanti a lei, ella al passar di una porta senza guardarli gli addomandò sotto voce, s'essi erano certi da se aspettati. Al che rispondendo loro nella medesima forma di sì, venne introdotta la pratica, ma sempre mai piena d'infinite suspicioni e malagevolezze, le quali sarebbono riuscite insuperabili ad ogni cuore men franco, e ad ogni cervello meno scaltro, che quel di Cristina. Finalmente dopo spessi e lunghi discorsi, appagata ella intorno alla verità della nostra sola fede, interrogò que' religiosi, se il papa arebbe potuto dispensar con lui di viver cattolica in ascoso, prendendo in palese una volta l'anno la comunion luterana. Ed udito di no, perchè la simulazione di falso culto è atto intrinsecamente ingiurioso a Dio, soggiunse: adunque bisogna deporre il regno. Aveva essa tentato d'addomesticar quivi la religione cattolica per mezzo dell'utilità, del diletto, e dell'onore, facendovi concorrere dalle provincie, ove ella si cole, artefici, letterati, e cavalieri, che accetti al paese ne togliessero pian piano l'odio, e l'orrore: ma il tutto era stato nulla, ostando a ciò l'interesse de' nobili, e la licenza del volgo, sicchè tra per l'uno, e per l'altra tutti colà eran gelosi, che non v'allignasse una religione tanto facile ad insignorirsi ovunque s'apprende, e che insignorita arebbe spogliati i primi delle rapine ecclesiastiche, e legato ciascuno con le leggi ecclesiastiche. Pertanto caduta di sì fatta speranza determinò ella di lasciar la corona, e la Svezia, e di ritirarsi a viver privatamente in tal terra, donde non le fosse chiuso in morte l'accesso al cielo.

Con questo proponimento sul principio di maggio dell'anno 1652 rimandò a Roma il Casati, come il più giovane, con lettere di credenza al generale, e con disegno d'inviare altre lettere a papa Innocenzo decimo, per mezzo del Malines, quando il negozio fosse maturo. Ma poi ripensò, che un tanto affare, il quale poteva esser implicato in mille nodi, e bisognoso di mille ajuti, dovesse appogiarsi alla mano di qualche gran potentato. Dopo aver messo l'animo per qualche tempo nel re di Francia, come in principe collegato, mutò pensiero, e s'avvisò di non potersi volgere altrove, che al re di Spagna, nel quale non arebbon luogo alcuni risguardi politici validi per avventura a trattenere il re di Francia, e l'imperadore, e la monarchia del quale è ordinata in tal forma, che costituisce l'onore, e l'interesse nel patrocinio della fede cattolica. Fissa in questo ritrovò maniera di persuadere al suo senato, che si spedisse un ambasciadore in Ispagna per trattato gradevole a' paesani di traffico, e di navigazione: prevedendo che ciò muoverebbe scambievolmente gli spagnuoli desiderosi di buona corrispondenza con quella reina potente, e confederata a francesi, d'inviarne un simile a lei. Così accadde ben presto; e l'oratore, che le venne fu Antonio Pimentelli cavalier del regno di Leone. A lui scorto in breve dalla reina per savio, e pio, scoperse ella il suo interno. E deliberarono che il Pimentelli facesse richiamarsi dal re, e in Ispagna stabilisse l'affaire; ma che tra tanto si premettesse colà il Malines con lettere al re, ed al favorito per dirigere il negozio, e disporre ancora quel principe ad accompagnare, ed autenticare un sì fatto annunzio con propria lettera al pontefice; per cui altresì consegnò la reina sue lettere al Malines con altre indirizzate al cardinal Panfilio allora dominante in palazzo, al cardinal Chigi, ed al generale, e divisavasi che il Malines portasse tutto il predetto spaccio a Roma, dappoi che fosse arrivato a Madrid al Pimentelli, il quale avesse l'onore di dar con l'autorità sua l'ultimo compimento al trattato in quella corte.

Ma giunto in Ispagna il Malines, ed abbozzato il negozio, essendosi poscia il Pimentelli imbarcato, la perversità de' venti gli vietò di proseguir la navigazione, e lo risospinse a' porti di Svezia; onde l'altro, dopo averlo lungamente atteso in vano, ebbe necessità di lasciar il lavoro imperfetto, venendo rivocato in Italia da' suoi maggiori, ove poi ritenne sempre corrispondenza con lettere con la reina, la quale ad esso, ed al generale andò successivamente significando infin all'ultimo i suoi pensieri, e valendosi dell'opera loro.

Il ritorno del Pimentelli fu caro alla reina per aver seco alcuno di cui fidarsi; onde volle ch'ei rimanesse, fingendo in questa conformità nuovi ordini del suo principe, e in luogo di lui fu disposto che andasse fra Giambattista Guemes religioso domenicano dotato di probità e di prudenza, il quale avendo servito con dissimulazione di vestimento necessaria in tali paesi al conte di Rabogliedo ambasciatore di Spagna in Danimarca, era stato inviato da esso per suoi affari a Madrid, ed accidentalmente avea presa la compagnia del Pimentelli nel viaggio, ed era soggiaciuto allo stesso infortunio marittimo, e alla stessa necessità di ricoverarsi a' liti di Svezia; sì che la sua gita in Ispagna era libera da tutte le ombre.

I ministri della corte spagnuola sulle prime proposizioni della faccenda recate loro dal Malines arebbon voluto ad ogni patto che la reina continuasse nel regno per quei vantaggi, che ne sarebbono ridondati, e alla fede cattolica, e al re cattolico. Ma sentita l'impossibilità di far ciò, senza violar la medesima fede, il re accettò generosamente d'esser padrino d'un sì bell'atto. Or mentre le deliberazioni di Spagna pendevano, avea tardato la reina l'ordinare, che si desse al pontefice la sua lettera, e la contezza della sua determinazione, ed a lui n'avea sol recato il cardinal Chigi qualche incerto barlume; contenendosi egli fra questi segni, sì per l'incertezza, che aveva l'animo suo poco credulo di natura intorno alla costanza d'un cuor femminile in proponimento più che virile; sì perchè scorgea che all'esecuzione nulla potea nuocer più che l'anticipato dilatamento della notizio.

Ebbe anche in verità il cardinale un altro ritegno d'allargarsi in ciò oltre al necessario col papa. La reina in sin quando inviò il Casati, mostrossi disposta a venire, e a fermarsi in Roma, come in città capo di quella religione ch'ella abbracciava, e per cui abbandonava lo scettro, e la patria, e dove poteva viver più sciolta, che negli stati d'alcun principe secolare, ed aver più consolazione e di spirito, e di studii, e di qualunque onesto diletto, che il altro luogo del mondo; di che anche il pontefice per sua gloria si mostrava già da se cupidissimo. Ma il cardinale considerava che quantunque la reina fosse per vedere in questa città esempii segnalatissimi d'ogni virtù cristiana, tuttavia siccome gli occhi umani son dalla natura volti all'insù, così più riguardevole per avventura sarebbe stata a suoi occhi l'immoderata autorità della cognata del papa esercitata da lei con deforme avidità, ed ambizione; onde sarebbe piaciuto al cardinal Chigi o che l'avvento della reina si riserbasse a tempi migliori, o che almen prima la fede ponesse in cuor di lei più ferme radici.

Questo desiderio del cardinale fu secondato dal corso degli accidenti, avvenga che, quantunque di poi venissero alla reina quali accennammo le risposte del re Filippo, ella ritardò il dar conto al pontefice dell'affare col mezzo del re destinatone il primo annunziatore, siccome fu detto, per quando fosse uscita di Svezia, e avesse preso ricetto nulle sue provincie Fiamminghe.

A fine che ciò le sortisse, dichiarò ella, che non volendo inchinarsi a vita feconda, proponeva d'ovviare a que' turbamenti, che in caso di sua morte arebbe recati l'incertezza del successore; onde avea preso consiglio, che di presente gli stati ne facessero l'elezione; e tra con l'autorità, e con la persuasione dispose i voleri a sostituerle Carlo Gustavo di Baviera duca di Dupont figliuolo d'una sorella del re suo padre, ed allevato con esso lei colle speranze d'averne il regno, ma come consorte, non come successore. Quindi ella fece un secondo passo, dicendo che per torre le gelosie e le sedizioni, le quali sorgon talora, mentre l'uno ha il possesso del regno, e l'altro la speranza e 'l diritto della successione, le piaceva usar questa gratitudine alla sua Svezia di consegnare il proprio retaggio in vita, e di ritirarsi a condizione privata, godendo la quiete, e pascendosi dello studio. E benchè in ciò incontrasse incredibil durezza ne' popoli, de' quali possedeva tutto l'amore, e che sotto di lei avevano goduto quanto di giustizia, e di gloria, e di umana felicità poteano desiderare; finalmente convenne loro cedere al suo volere. Non si riserbò in tal rinunzia nè piazze, nè porti per non lasciar gelosie di stato, ma proceder con quel candore che conviene alla sincerità della fede cattolica. Ben pattovì, che se le pagassero in alcune sicurissime entrate dugento mila talleri annui, e ciò con forme sì caute, benchè trovate solo dal cervello della reina, la quale in ciò non aveva se non questo per suo direttore e consigliero, che nè meno in virtù delle sacrileghe leggi di Svezia potesse venirne privata, come a suo luogo dimostrerassi, volendo che al re fosse disdetto il mancarle, senza una palese ingratitudine non velata dal manto d'alcuna giustizia. Stabilite le condizioni si venne al fatto; e il giorno diciasettesimo di giugno nell'anno 1654 uscita ella dalle sue stanze con abito, e con corteggio più che mai reale, come l'ultima funzione, che doveva far da reina, nel gran portico del regio palazzo d'Upsalia assisa in trono, e sotto un pomposo baldacchino, fe' leggere ad alta voce l'istrumento della sua donazione in favore di Carlo Gustavo quivi presente, cedendogli tutti i suoi regni; ed all'incontro in nome di lui fu letta una patente, in cui egli come nuovo re le obbligava tre isole, ed alcune entrate nella Pomerania, il cui annuo valore stimossi qual noi poco anzi accennammo, concorrendo a fermare il contratto per amendue le parti l'autorità degli stati. Indi Cristina sorta in piè andossi spogliando di tutte le insegne regie, consegnandole ad una ad una a varii ufficiali secondo il rito; ed in fine quasi correggendo la lentezza de' serventi attoniti e trepidi, che le stavano intorno, si scinse con allegra franchezza in un tratto la veste di porpora, e comparve in abito di privata donzella. ...

With modernised spelling:

... Sentendosi ella inquietare da vari dubbi, che in lei muoveva o l'acutezza dello spirito proprio, o la suggestione dello spirito nemico, desiderava di conferirne con uomini riputati, e massimamente con quelli della compagnia di Gesù, che sono i più celebri antagonisti degli eretici nel settentrione. Ma essendo esecrato da' svezzesi il nome loro, come di tali, che avevano indotto già il re Sigismondo alla professione della fede cattolica, e alla sommessione di se, e del regno verso il romano pontefice, non vedeva modo per trattarvi.

Ora Iddio, del quale sono i più sottili artifici quelli che all'uomo sembrano casi come opere, nelle quali niente avendo l'industria umana, tutto l'artificio è di Dio, le aperse di ciò la strada nel mese di luglio l'anno 1650. Era venuto nella Svezia Giuseppe Pinto Pereir[a] come ambasciatore del re di Portogallo per cagione di commerci marittimi; e stava con lui nell'uffizio di confessore un gesuita portoghese, ma senza l'abito odioso di quella religione, per nome Antonio Macedo, persona di buon giudizio e di sufficiente letteratura. Non intendendo l'ambasciatore i linguaggi familiari alla re[g]ina, nè questa perfettamente il portoghese, volevasi quegli per interprete or in presenza, ora com'ambasciate d'un suo segretario, il quale in latino sponeva all'una i concetti del suo signore ed a lui rendeva nel portoghese ciò che la re[g]ina diceva latinamente.

Avvenne che questo segretario infermò, sicchè l'ambasciatore non ebbe chi sostituire in un tal ministerio, se non il Macedo. La condizione di esso non era ignota alla regina; onde ella preso destro dall'occasione introdusse con lui discorsi di lettere in prima generalmente e poi anche di religione. E come scaltra a maraviglia nello scernere gli uomini, intese che, col Macedo, poteva allargarsi. Avanti al resto volle per vari tentamenti rimaner chiarita, s'esso e gli altri della sua scuola credevano in verità ciò che professavano, o più tosto eran simulatori di tal credenza per servire alla politica umana. Ma vide e toccò siccome egli ed i suoi religiosi avevano tanto per vere le cattoliche dottrine che stimavansi avventurati nel dare in difesa loro la vita.

Strinse perciò la pratica e le conferenze non solo quando il Macedo andava a lei mandato dal suo signore, ma spesso eziandio presente questo, il quale nulla intendendo, solo accorgevasi che il colloquio fra la re[g]ina e il Macedo era più lungo assai di quanto portava ciò che egli all'interprete diceva, e ciò che da lui gli venia riferito come risposta. Ma il Macedo senza mentire ne assegnò per cagione varie domande letterarie frapposte dalla re[g]ina. Il che all'ambasciator non dispiacque, avvisandosi di guadagnarne per tal via più di grazia, e così di agevolezza ne' suoi affari.

Quand'ella restò affidata a bastanza, veggendo che la pratica col Macedo non poteva esser nè libera, nè durevole, s'attentò a pregarlo che portasse al general della compagnia una sua lettera di credenza e gli sponesse a voce l'inclinazione che ella sentiva ad abbracciar la fede cattolica; ma che innanzi desiderava di comunicar in materie di religione con due teologi di quell'ordine, i quali andasser colà travestiti e sconosciuti ad ognuno, volergli italiani, come di nazione a lei men sospetta, e che rendeva loro più esenti da rischio di scoprimento.

Non fu restio il Macedo, quantunque per non accomunar tanto arcano all'ambasciatore, gli convenisse di partirsi in sembianza di fuga; onde cadde in opinione a lui d'averlo tradito o con sottrargli alcuna scrittura, o con volerne rivelare i segreti. E però sollecitamente chiese, e per l'apparente giustizia della domanda impetrò dalla re[g]ina che facesse tener dietro al Macedo per giugnerlo avanti l'imbarco, e ricondurlo a viva forza. Ella trovossi in angustie, non potendo aprirsi nè meno al proprio ministro, al quale commetteva questa essecuzione; tuttavolta gl'impose in occulto che quando gli succedesse di sopraggiungere il Macedo s'argomentasse per ogni via di farlo tornare a buona voglia (il che sapeva ella che sarebbe indarno) promettendogli di placar l'ambasciatore.

Ma, ove egli ripugnasse ostinatamente, gli comandasse il dileguarsi da' suoi stati, non volendo ella venir costretta a bruttarsi nel sangue di tale con cui aveva tenuta qualche domestichezza; e fingesse all'ambasciatore di non averlo potuto arrivare. E fra tanto spacciò con tutti un fermo proponimento di non ricettar mai più sì cattiva razza, quali le riuscivano i gesuiti.

Il ministro ritrovò nel porto di Lubecca il Macedo, a cui la contrarietà del vento avea negato il far vela; ma nol potendo convertire alla volontaria tornata per allegar egli d'esser uomo di sua ragione, pose in effetto e con lui, e con l'oratore i secondi comandamenti della re[g]ina. Di che l'oratore informato scrisse per ogni parte contra quel reo innocente lettere di fuoco; onde questi e sofferse per via insidie alla vita, e in Portogallo infamia o di traditore al principe, o di apostata dalla fede.

Pervenne a Roma l'anno 1651 sul finir dell'autunno; e trovò non più generale nè vivo quello, a cui la re[g]ina aveva indirizzate sue lettere, cioè Francesco Piccolomini; onde gli convenne di consegnarle al vicario surrogato da lui Gossuino Nickel assistente di Germania. E cadde opportunamente che questa mutazione fosse ignorata da Cristina, quando scrisse; perciocché ella in materia, che risaputa poteva cagionarle per l'empie leggi di Svezia la perdita della Corona, e insin della vita, non sarebbesi di leggieri fidata a un tedesco, nazione sì atrocemente offesa dalle paterne e dalle sue armi.

Il Nickel non osò d'imprender negozio di tanta mole col solo consiglio proprio; e reputò che gli fosse lecito di confidarlo ad un tanto uomo, qual era il cardinal Chigi allora segretario di stato, pratichissimo del settentrione, e suo intrinseco signore. Indi a conforti di lui abbracciò si pia inchiesta. E scelse occultissimamente per quella messione Alessandro Malines piemontese, e Paolo Casati piacentino, amendue nati nobilmente, periti dell'idioma francese, ch'era il più comune a Cristina, di mezza età, e di complessione tollerante d'ogni fatica, sperimentali nella virtù, vivaci d'ingegno, pronti di lingua, accorti nel trattare, e dotati di varie lettere così sacre come profane, e massimamente delle geometriche, le quali essendo gradite singolarmente alla re[g]ina poteano e dar loro titolo di ragionar frequentemente con lei, e condire con diletto di essa i più severi discorsi.

Dopo vari stenti e pericoli pervennero a Stoccolma, che è la città reale di Svezia, al fin di febbraio dell'anno 1651. E perché la re[g]ina non si fidava d'alcun de' suoi, convenne che per conghiettura venisse a notizia, loro esser dessi, riscontrando il corso del tempo, e la qualità delle persone. Onde un giorno mentre le precedeva il corteggio, e que' due onorati dagli altri come forestieri camminavano gl'immediati davanti a lei, ella al passar di una porta senza guardarli gli addomandò sotto voce, s'essi erano certi da se aspettati. Al che rispondendo loro nella medesima forma di sì, venne introdotta la pratica, ma sempre mai piena d'infinite suspicioni e malagevolezze, le quali sarebbono riuscite insuperabili ad ogni cuore men franco e ad ogni cervello meno scaltro che quel di Cristina.

Finalmente, dopo spessi e lunghi discorsi, appagata ella intorno alla verità della nostra sola fede, interrogò que' religiosi, se il papa arebbe potuto dispensar con lui di viver cattolica in ascoso, prendendo in palese una volta l'anno la comunion luterana. Ed udito di no, perché la simulazione di falso culto è atto intrinsecamente ingiurioso a Dio, soggiunse: «adunque bisogna deporre il regno.»

Aveva essa tentato d'addomesticar quivi la religione cattolica per mezzo dell'utilità, del diletto, e dell'onore, facendovi concorrere dalle provincie ove ella si cole, artefici, letterati, e cavalieri, che accetti al paese ne togliessero pian piano l'odio e l'orrore; ma il tutto era stato nulla, ostando a ciò l'interesse de' nobili e la licenza del volgo, sicché tra per l'uno, e per l'altra tutti colà eran gelosi che non v'allignasse una religione tanto facile ad insignorirsi ovunque s'apprende, e che insignorità arebbe spogliati i primi delle rapine ecclesiastiche e legato ciascuno con le leggi ecclesiastiche. Pertanto caduta di sì fatta speranza determinò ella di lasciar la Corona e la Svezia e di ritirarsi a viver privatamente in tal terra donde non le fosse chiuso in morte l'accesso al cielo.

Con questo proponimento sul principio di maggio dell'anno 1652 rimandò a Roma il Casati, come il più giovane, con lettere di credenza al generale e con disegno d'inviare altre lettere a papa Innocenzo decimo, per mezzo del Malines, quando il negozio fosse maturo. Ma poi ripensò, che un tanto affare, il quale poteva esser implicato in mille nodi, e bisognoso di mille aiuti, dovesse appogiarsi alla mano di qualche gran potentato. Dopo aver messo l'animo per qualche tempo nel re di Francia, come in principe collegato, mutò pensiero e s'avvisò di non potersi volgere altrove che al re di Spagna, nel quale non arebbon luogo alcuni risguardi politici validi per avventura a trattenere il re di Francia e l'imperatore, e la monarchia del quale è ordinata in tal forma che costituisce l'onore e l'interesse nel patrocinio della fede cattolica.

Fissa in questo ritrovò maniera di persuadere al suo Senato che si spedisse un ambasciatore in Ispagna per trattato gradevole a' paesani di traffico e di navigazione, prevedendo che ciò muoverebbe scambievolmente gli Spagnuoli, desiderosi di buona corrispondenza con quella re[g]ina potente e confederata a Francesi, d'inviarne un simile a lei. Così accadde ben presto; e l'oratore, che le venne fu Antonio Pimentelli, cavalier del regno di Lione. A lui scorto in breve dalla re[g]ina per savio e pio, scoperse ella il suo interno. E deliberarono che il Pimentelli facesse richiamarsi dal re, e in Ispagna stabilisse l'affaire; ma che tra tanto si premettesse colà il Malines con lettere al re ed al favorito per dirigere il negozio e disporre ancora quel principe ad accompagnare ed autenticare un sì fatto annunzio con propria lettera al pontefice; per cui altresì consegnò la re[g]ina sue lettere al Malines con altre indirizzate al cardinal Panfilio, allora dominante in Palazzo, al cardinal Chigi, ed al generale, e divisavasi che il Malines portasse tutto il predetto spaccio a Roma, dappoi che fosse arrivato a Madrid al Pimentelli, il quale avesse l'onore di dar con l'autorità sua l'ultimo compimento al trattato in quella Corte.

Ma giunto in Ispagna il Malines ed abbozzato il negozio, essendosi poscia il Pimentelli imbarcato, la perversità de' venti gli vietò di proseguir la navigazione e lo risospinse a' porti di Svezia, onde l'altro, dopo averlo lungamente atteso in vano, ebbe necessità di lasciar il lavoro imperfetto, venendo rivocato in Italia da' suoi maggiori, ove poi ritenne sempre corrispondenza con lettere con la re[g]ina, la quale ad esso ed al generale andò successivamente significando infin all'ultimo i suoi pensieri e valendosi dell'opera loro.

Il ritorno del Pimentelli fu caro alla re[g]ina per aver seco alcuno di cui fidarsi, onde volle ch'ei rimanesse, fingendo in questa conformità nuovi ordini del suo principe; e in luogo di lui fu disposto che andasse fra Giambattista Güemes, religioso domenicano dotato di probità e di prudenza, il quale avendo servito con dissimulazione di vestimento necessaria in tali paesi al conte di Rebolledo, ambasciatore di Spagna in Danimarca, era stato inviato da esso per suoi affari a Madrid ed accidentalmente avea presa la compagnia del Pimentelli nel viaggio ed era soggiaciuto allo stesso infortunio marittimo e alla stessa necessità di ricoverarsi a' liti di Svezia, sì che la sua gita in Ispagna era libera da tutte le ombre.

I ministri della Corte spagnuola sulle prime proposizioni della faccenda recate loro dal Malines arebbon voluto ad ogni patto che la reina continuasse nel regno per quei vantaggi, che ne sarebbono ridondati, e alla fede cattolica, e al re cattolico. Ma sentita l'impossibilità di far ciò senza violar la medesima fede, il re accettò generosamente d'esser padrino d'un sì bell'atto. Or mentre le deliberazioni di Spagna pendevano, avea tardato la reina l'ordinare, che si desse al pontefice la sua lettera, e la contezza della sua determinazione, ed a lui n'avea sol recato il cardinal Chigi qualche incerto barlume; contenendosi egli fra questi segni, sì per l'incertezza, che aveva l'animo suo poco credulo di natura intorno alla costanza d'un cuor femminile in proponimento più che virile; sì perché scorgea che all'esecuzione nulla potea nuocer più che l'anticipato dilatamento della notizio.

Ebbe anche in verità il cardinale un altro ritegno d'allargarsi in ciò oltre al necessario col papa. La re[g]ina in sin quando inviò il Casati, mostrossi disposta a venire, e a fermarsi in Roma, come in città capo di quella religione ch'ella abbracciava, e per cui abbandonava lo scettro e la patria e dove poteva viver più sciolta che negli stati d'alcun principe secolare ed aver più consolazione e di spirito e di studi e di qualunque onesto diletto che il altro luogo del mondo, di che anche il pontefice per sua gloria si mostrava già da se cupidissimo. Ma il cardinale considerava che quantunque la reina fosse per vedere in questa città esempi segnalatissimi d'ogni virtù cristiana, tuttavia siccome gli occhi umani son dalla natura volti all'insù, così più riguardevole per avventura sarebbe stata a suoi occhi l'immoderata autorità della cognata del papa esercitata da lei con deforme avidità ed ambizione, onde sarebbe piaciuto al cardinal Chigi o che l'avvento della re[g]ina si riserbasse a tempi migliori, o che almen prima la fede ponesse in cuor di lei più ferme radici.

Questo desiderio del cardinale fu secondato dal corso degli accidenti, avvenga che, quantunque di poi venissero alla re[g]ina quali accennammo le risposte del re Filippo, ella ritardò il dar conto al pontefice dell'affare col mezzo del re destinatone il primo annunziatore, siccome fu detto, per quando fosse uscita di Svezia, e avesse preso ricetto nulle sue provincie Fiamminghe.

A fine che ciò le sortisse, dichiarò ella che, non volendo inchinarsi a vita feconda, proponeva d'ovviare a que' turbamenti che in caso di sua morte arebbe recati l'incertezza del successore, onde avea preso consiglio che di presente gli stati ne facessero l'elezione; e tra con l'autorità, e con la persuasione dispose i voleri a sostituerle Carlo Gustavo di Baviera, duca di Deux Ponts, figliuolo d'una sorella del re suo padre, ed allevato con esso lei colle speranze d'averne il regno, ma come consorte, non come successore.

Quindi ella fece un secondo passo, dicendo che, per torre le gelosie e le sedizioni, le quali sorgon talora mentre l'uno ha il possesso del regno, e l'altro la speranza e 'l diritto della successione, le piaceva usar questa gratitudine alla sua Svezia di consegnare il proprio retaggio in vita e di ritirarsi a condizione privata, godendo la quiete e pascendosi dello studio. E benché in ciò incontrasse incredibil durezza ne' popoli, de' quali possedeva tutto l'amore, e che sotto di lei avevano goduto quanto di giustizia e di gloria e di umana felicità poteano desiderare, finalmente convenne loro cedere al suo volere. Non si riserbò in tal rinunzia nè piazze, nè porti per non lasciar gelosie di stato, ma proceder con quel candore che conviene alla sincerità della fede cattolica.

Ben pattovì, che se le pagassero in alcune sicurissime entrate dugento mila talleri annui, e ciò con forme sì caute, benchè trovate solo dal cervello della re[g]ina, la quale in ciò non aveva se non questo per suo direttore e consigliero, che nè meno in virtù delle sacrileghe leggi di Svezia potesse venirne privata, come a suo luogo dimostrerassi, volendo che al re fosse disdetto il mancarle, senza una palese ingratitudine non velata dal manto d'alcuna giustizia.

Stabilite le condizioni si venne al fatto; e il giorno diciasettesimo di giugno nell'anno 1654 uscita ella dalle sue stanze con abito, e con corteggio più che mai reale, come l'ultima funzione che doveva far da re[g]ina, nel gran portico del regio palazzo d'Upsalia assisa in trono e sotto un pomposo baldacchino, fe' leggere ad alta voce l'istrumento della sua donazione in favore di Carlo Gustavo quivi presente, cedendogli tutti i suoi regni; ed all'incontro in nome di lui fu letta una patente, in cui egli come nuovo re le obbligava tre isole, ed alcune entrate nella Pomerania, il cui annuo valore stimossi qual noi poco anzi accennammo, concorrendo a fermare il contratto per amendue le parti l'autorità degli stati.

Indi Cristina sorta in piè andossi spogliando di tutte le insegne regie, consegnandole ad una ad una a vari uffiziali secondo il rito; ed in fine quasi correggendo la lentezza de' serventi attoniti e trepidi, che le stavano intorno, si scinse con allegra franchezza in un tratto la veste di porpora, e comparve in abito di privata donzella. ...

French translation (my own):

... Se sentant inquiétée par divers doutes qui émouvaient en elle soit l'acuité de son propre esprit, soit la suggestion de l'esprit ennemi, elle voulut en conférer avec des hommes réputés, et surtout avec ceux de la compagnie de Jésus, qui sont les antagonistes les plus célèbres des hérétiques du Septentrion. Mais parce que leur nom, en tant que tel, qui avait déjà induit le roi Sigismond à la profession de la foi catholique et à la soumission de lui-même et du royaume au pontife romain, étant exécré par les Suédois, elle ne voyait aucun moyen de le faire.

Or Dieu, dont les artifices les plus subtils sont ceux qui paraissent à l'homme des œuvres, dans lesquelles, rien n'ayant d'industrie humaine, tout artifice appartient à Dieu, a ouvert la voie pour cela au mois de juillet de l'année 1650. Joseph Pinto Pereira était venu  en Suède comme ambassadeur du roi du Portugal à cause du commerce maritime; et avec lui dans la fonction de confesseur était un jésuite portugais, mais sans l'odieuse habitude de cette religion, du nom d'Antoine Macédo, une personne de bon jugement et de littérature suffisante. Comme l'ambassadeur ne comprenait pas parfaitement les langues familières à la reine, ni le portugais, il voulait qu'il y ait un interprète à la fois en leur présence et en tant qu'ambassade d'un de ses secrétaires, qui lui présentait les concepts de son seigneur en latin, et il lui rendit en portugais ce que la reine disait en latin.

Il arriva que ce secrétaire tomba malade, de sorte que l'ambassadeur n'avait personne à remplacer dans un tel ministère, sinon Macédo. Son état n'était pas inconnu de la reine, qui, dès l'occasion, introduisit avec lui des discours de lettres en général d'abord, puis aussi de religion. Et comme elle était fine et émerveillée de discerner les hommes, elle comprit qu'avec Macédo, elle pouvait grandir. Entre autres, elle a voulu rester clarifiée, par diverses tentations, sur le point de savoir si lui et les autres de son école croyaient en vérité ce qu'ils professaient, ou plutôt, qu'ils étaient des simulateurs de cette croyance au service de la politique humaine. Mais elle vit et sentit combien lui et ses religieux croyaient si sincèrement aux doctrines catholiques qu'ils s'estimaient heureux d'avoir donné leur vie pour les défendre.

Elle a donc resserré la pratique et les conférences non seulement lorsque Macédo, envoyé par son maître, venait à elle, mais aussi souvent en présence de ce maître, qui, ne comprenant rien, s'est seulement rendu compte que la conversation entre la reine et Macédo était beaucoup plus longue que ce qu'il a dit à l'interprète et ce qu'il a répondu en réponse. Mais Macédo, sans mentir, a donné comme raison diverses questions littéraires posées par la reine. Cela ne déplut pas à l'ambassadeur, s'avisant qu'ainsi il gagnerait plus de grâce et ainsi de facilité dans ses affaires.

Lorsqu'elle fut suffisamment affiée, voyant que l'exercice avec Macédo ne pouvait être ni libre ni durable, elle essaya de lui demander d'apporter une lettre de créance au général de la compagnie et de lui dire de vive voix l'inclination qu'elle sentait à embrasser le foi catholique; mais qu'elle voulait surtout communiquer en matière de religion avec deux théologiens de cet ordre, qui s'y rendraient déguisés et inconnus de tous, voulant qu'ils soient italiens, comme d'une nation moins suspecte pour elle, et qui les rendrait plus libres du risque de découverte.

Macédo n'était pas rétif, bien que, pour ne pas partager tant de mystère avec l'ambassadeur, il lui convenait de partir sous un semblant de fugue; sur quoi elle crut qu'il l'avait trahi, soit en lui volant un écrit, soit en voulant révéler ses secrets. Et pourtant, il demanda avec sollicitude et, en raison de la justice apparente de sa demande, il supplia la reine de faire retenir Macédo pour le rejoindre avant l'embarquement et de le ramener de force. Elle se trouva dans l'angoisse, ne pouvant non plus s'en ouvrir moins à son propre ministre, à qui elle commit cette exécution. Cependant, elle lui a secrètement imposé que lorsque Macédo arriverait, elle ferait tout son possible pour le faire revenir volontairement (ce qu'elle savait serait en vain) en promettant d'apaiser l'ambassadeur.

Mais, s'il résistait obstinément, elle lui ordonnait de fuir ses états, ne voulant pas qu'elle fût forcée de se salir du sang de celui dont elle avait fait quelque ménage; et elle prétendit à l'ambassadeur qu'elle ne pouvait l'atteindre. Et elle, en attendant, dépêchait avec tout le monde la ferme résolution de ne plus jamais recevoir une race aussi chétive que les Jésuites avaient réussi.

Le ministre trouva Macédo dans le port de Lübeck, qui avait été empêché de mettre à la voile par l'opposition du vent; mais, ne pouvant le convertir au retour volontaire pour alléguer qu'il était un homme de raison pour lui, il mit en vigueur avec lui et avec l'orateur les seconds commandements de la reine. Dont l'orateur averti écrivit de part et d'autre des lettres enflammées contre cet innocent coupable; par conséquent, il a subi des embûches dans la vie en cours de route, et au Portugal l'infamie soit comme traître au prince, soit comme apostat de la foi.

Il arriva à Rome en l'an 1651 à la fin de l'automne; et il trouva François Piccolomini, à qui la reine avait adressé des lettres d'elle, n'étant plus général ni vivant; sur quoi elle accepta de les remettre au vicaire remplacé par lui Goswin Nickel, assistant d'Allemagne. Et il se trouve que cette mutation fut ignorée par Christine lorsqu'elle écrivit; parce qu'elle en l'affaire, dont elle savait qu'elle pouvait lui faire perdre la Couronne, et même sa vie, à cause des lois méchantes de la Suède, n'aurait pas fait confiance à la légère à un Allemand, une nation si atrocement offensée par ses pères et par ses armes.

Nickel n'osa pas entreprendre une si grande affaire avec ses seuls conseils; et il croyait légitime de le confier à un homme tel que le cardinal Chigi, alors secrétaire d'État, très familier avec le Septentrion, et son seigneur intrinsèque. Alors, pour le conforter, il entreprit une pieuse enquête. Et il choisit secrètement pour cette mission Alexandre Malines, Piémontais, et Paul Casati, Plaisancien, tous deux nobles de naissance, experts dans la langue française, qui était la plus commune à Christine; ils étaient d'âge moyen et d'une complexion tolérant à toute fatigue, de vertu expérimentale, vifs d'esprit, prompts de langue, astucieux de traiter, et doués de diverses lettres tant sacrées que profanes et surtout géométriques, qui, étant singulièrement plaisantes à la reine, pourrait leur donner le droit de discuter fréquemment avec elle et de partager pour son plus grand plaisir les discours les plus sévères.

Après diverses épreuves et pericules, ils arrivèrent à Stockholm, qui est la ville royale de Suède, à la fin du mois de février de l'année 1651. Et comme la reine ne faisait confiance à aucun de ses gens, il fut convenu que, par conjecture, si la nouvelle arrivait à la lumière, il faut les donner en respectant le cours du temps et la qualité des personnes. Ainsi, un jour, tandis que le cortège la précédait, et que ces deux-là, honorés par les autres comme des étrangers, marchaient devant elle, elle, passant devant une porte sans les regarder, leur demanda à voix basse s'ils étaient sûrs qu'ils étaient attendu. A quoi ils répondirent sous la même forme oui, la pratique était introduite, mais toujours jamais pleine de soupçons et d'inconvénients infinis qui se seraient révélés insupérables à tout cœur moins franc et à tout cerveau moins astucieux que celui de Christine.

Finalement, après de nombreuses et longues discussions, elle fut satisfaite de la vérité de notre seule foi et elle demanda à ces religieux si le pape pouvait la dispenser de vivre une vie catholique en secret, en prenant ouvertement la communion luthérienne une fois par an. Et ayant entendu non, car la simulation d'un faux culte est un acte intrinsèquement insultant pour Dieu, elle ajouta: «il faut donc que je dépose le royaume.»

Elle avait tenté d'y domestiquer la religion catholique par l'utilité, le délice et l'honneur, faisant venir des provinces où elle était située des artisans, des hommes de lettres et des cavaliers qui acceptaient le pays et enlèveraient peu à peu l'odie et l'horreur; mais tout n'avait été rien, les intérêts des nobles et la licence du peuple l'empêchaient, de sorte que, entre les uns et les autres, tout le monde était jaloux qu'une religion si facile à réaliser ne s'y enracinât pas pour y s'enseigneurir partout où on l'apprend, et que la seigneurie aurait dépouillé les premiers des pillages ecclésiastiques et lié tout le monde aux lois ecclésiastiques. Par conséquent, la chute d'une telle espérance la détermina à quitter la Couronne et la Suède et à se retirer pour vivre privément dans un pays où son accès au ciel ne lui serait pas fermé en cas de mort.

Avec cette résolution, au début du mois de mai 1652, elle renvoya Casati à Rome, comme le plus jeune, avec des lettres de créance au général et avec le projet d'envoyer d'autres lettres au pape Innocent X, par l'intermédiaire de Malines, lorsque l'affaire était mûre. Mais ensuite il repensa qu'une telle affaire, qui pouvait se dérouler dans mille nœuds et nécessiter mille secours, devait reposer sur la main de quelque grand potentat. Après avoir pensé pendant quelque temps au roi de France, comme à un prince collègue, il changea d'avis et comprit qu'il ne pouvait se tourner ailleurs que vers le roi d'Espagne, en qui il n'y aurait pas de place pour quelques considérations politiques et valables peut-être pour retenir le roi de France et l'empereur, et dont la monarchie est ordonnée sous une forme telle qu'elle constitue l'honneur et l'intérêt du patronage de la foi catholique.

Fixée là-dessus, elle trouva le moyen de persuader son Sénat qu'un ambassadeur devait être envoyé en Espagne pour un traité agréable aux citoyens du trafic et de la navigation, prévoyant que cela mouvrait mutuellement les Espagnols, désireux d'une bonne correspondance avec cette puissante reine et confédérée des Français, pour lui en envoyer une semblable. C'est donc arrivé bientôt; et l'orateur qui lui vint fut Antoine Pimentel, cavalier du royaume de León. Il fut brièvement vu par la reine comme sage et pieux, elle découvrit son intérieur. Et ils décidèrent que Pimentel ferait rappeler le roi et réglerait l'affaire en Espagne, mais qu'entre-temps Malines y serait envoyé avec des lettres au roi et à son favori pour diriger la transaction et aussi faire en sorte que ce prince accompagne et authentifie une telle annonce avec sa propre lettre au pontife; par lequel la reine remit aussi ses lettres à Malines avec d'autres adressées au cardinal Pamphile, alors dominant au Palais, au cardinal Chigi et au général, et il fut convenu que Malines porterait toutes lesdites transactions à Rome, après l'arrivée à Madrid à Pimentel, qui eut l'honneur de donner l'exécution définitive du traité dans cette Cour avec son autorité.

Mais Malines arriva en Espagne et l'affaire s'ébaucha, puis Pimentel étant embarqué, la perversité des vents l'empêcha de continuer son voyage et le repoussa vers les ports de Suède, sur quoi l'autre, après l'avoir longtemps attendu en vain, dut quitter l'œuvre imparfaite, étant rappelé en Italie par ses majeurs, où il continua ensuite à correspondre par lettres avec la reine, qui lui communiqua successivement, ainsi qu'au général, ses pensées jusqu'au bout et utilisa leur travail.

Le retour de Pimentel était cher à la reine parce qu'elle avait quelqu'un de confiance avec elle, elle voulait donc qu'il reste, feignant dans cette conformité aux nouveaux ordres de son prince; et à sa place il fut convenu que partirait le frère Jean-Baptiste Güemes, religieux dominicain doué de probité et de prudence, qui, après avoir servi avec la dissimulation des vêtements nécessaires dans ces pays auprès du comte Rebolledo, l'ambassadeur d'Espagne au Danemark, avait été envoyé par lui pour ses affaires à Madrid et avait accidentellement emmené la compagnie de Pimentel en voyage et avait succombé au même accident maritime et à la même nécessité de se récupérer au lit sur les côtes de Suède, de sorte que son voyage vers l'Espagne était libre de toutes ombres.

Les ministres de la Cour d'Espagne, sur les premières propositions en la matière que leur apportait Malines, auraient voulu en tout cas que la reine continuât dans le royaume pour ces avantages, qui seraient redondants, tant pour la foi catholique que pour  le roi catholique. Mais, sentant l'impossibilité de le faire sans violer cette même foi, le roi accepta généreusement d'être le parrain d'un si bel acte. Or, pendant que les délibérations de l'Espagne étaient pendantes, la reine avait tardé à faire remettre sa lettre et la connaissance de sa détermination au pape, et le cardinal Chigi ne lui en avait apporté qu'une lueur incertaine; elle se contenait parmi ces signes, en partie à cause de l'incertitude qu'avait son esprit naturellement peu crédule sur la constance d'un cœur féminal dans un proposement plus que virile; si, parce qu'elle voyait que rien ne pouvait plus nuire à l'exécution que la dilation attendue de la nouvelle.

En vérité, le cardinal avait aussi une autre retenue à s'étendre dans cette affaire au-delà de ce qui était nécessaire avec le pape. Depuis que la reine envoyait Casati, elle se montrait disposée à venir s'arrêter à Rome, comme dans la ville chef de cette religion qu'elle embrassait et pour laquelle elle abandonnait le sceptre et sa Patrie et où elle pouvait vivre plus librement qu'au  états de n'importe quel prince séculier et ont plus de consolation d'esprit, d'études et de délice honnête que tout autre endroit du monde, pour lequel même le pontife, pour sa gloire, se montrait déjà très cupide. Mais le cardinal considérait que, même si la reine était sur le point de voir dans cette ville des exemples marquants de toutes les vertus chrétiennes, néanmoins, les yeux humains étant par nature tournés vers le haut, l'autorité immodérée de la belle-sœur du pape serait peut-être plus remarquable à ses yeux, exercé par elle avec une avidité et une ambition déformées, le cardinal Chigi aurait aimé soit que la venue de la reine soit réservée à des temps meilleurs, soit qu'au moins plus tôt la foi s'enracine plus fermement dans son cœur.

Ce désir du cardinal fut secondé par le cours des événements, de sorte que, bien que les réponses du roi Philippe à la reine, dont nous avons parlé plus tard, parvinrent à la reine, elle tarda à rendre compte de l'affaire au pontife par la nomination du roi comme premier annonceur, comme l'on a dit, lorsqu'elle quitta la Suède et se réfugia dans ses provinces flamandes.

Pour y parvenir, elle déclara que, ne voulant pas se plier à une vie féconde, elle se proposait d'obvier les turbations que provoquerait l'incertitude de son successeur en cas de mort, c'est pourquoi elle avait conseillé que désormais le déclare qu'ils ont fait le choix; et, avec autorité et persuasion, il fut arrangé pour la substituer avec Charles Gustave de Bavière, duc de Deux-Ponts, fils d'une sœur du roi, son père, et l'éleva avec lui dans l'espérance d'avoir le royaume, mais comme un consort, et non comme successeur.

Puis elle fit un second pas, disant que, pour éviter les jalousies et les séditions qui s'élèvent quelquefois pendant que l'un a la possession du royaume, et l'autre l'espérance et le droit de succession, il lui plaisait d'user de cette gratitude envers sa Suède pour lui confier son héritage dans la vie et de prendre sa retraite dans le privé, en profitant de la quiète et en se nourrissant d'études. Et bien qu'en cela elle rencontrât une dureté incroyable de la part d'un peuple dont elle possédait tout l'amour et qui sous elle avait joui de toute la justice, de la gloire et de la félicité humaine qu'ils pouvaient désirer, ils consentirent finalement à céder à sa volonté. Elle n'a réservé un tel renoncement ni sur les places ni dans les ports pour ne pas laisser derrière elle les jalousies d'état, mais pour procéder avec cette candeur qui sied à la sincérité de la foi catholique.

Il était bien convenu que deux cent mille dalers par an lui seraient payés en revenus très sûrs, et cela avec des formes si prudentes, bien que trouvées seulement dans le cerveau de la reine, qui en cette affaire n'avait que cela pour directeur et conseiller, et elle ne pouvait pas moins en être privée en vertu des lois sacrilèges de Suède, comme on le démontrera plus tard, en souhaitant qu'il soit défendu au roi de le manquer sans une ingratitude évidente et non voilée par le manteau d'aucune justice.

Une fois les conditions établies, l'affaire s'est produite; et le dix-septième jour de juin de l'année 1654, elle quitta ses appartements dans un habit et avec une suite plus royale que jamais, comme dernière fonction qu'elle devait remplir en tant que reine, dans le grand portique du palais royal d'Upsal, assise sur le trône et sous un baldaquin pompeux, elle fit lire à haute voix l'instrument de sa donation en faveur de Charles Gustave, qui y était présent, lui cédant tous ses royaumes; et d'autre part, on lisait un brevet en son nom, dans lequel il, en tant que nouveau roi, obligeait à ses trois îles, et quelques-unes entraient en Poméranie, dont il estimait la valeur annuelle comme nous l'avons mentionné plus haut, contribuant ainsi à mettre fin au contrat pour les deux parties ont l'autorité des états.

Alors Christine se leva, se spoliant tous les insignes royaux, les remettant un à un aux différents officiants selon le rite; et enfin, corrigeant presque la lenteur des serviteurs étonnés et tremblants qui l'entouraient, elle, avec une franchise allègre, ôta brusquement son vêtiment pourpre et parut dans l'habit d'une demoiselle privée. ...

Swedish translation (my own):

... Eftersom hon kände sig störd av olika tvivel som i henne rörde antingen skärpan i hennes egen ande eller fiendens antydan, ville hon förhandla några med välrenommerade män, och särskilt med dem från Jesu sällskap, som är de mest kända antagonisterna av kättarna i Norden. Men eftersom deras namn, som sådant, som redan hade föranlett kung Sigismund att bekänna den katolska tron ​​och att underkasta sig själv och riket till den romerske påven, som var exekerat av svenskarna, såg hon ingen möjlighet att göra det.

Nu öppnade Gud, vars mest subtila konstverk är de som för människan verkar vara verk, i vilka, utan mänsklig industri, alla konstigheter tillhör Gud, vägen för detta i juli månad år 1650. José Pinto Pereira hade kommit till Sverige som ambassadör för kungen av Portugal på grund av sjöfart; och med honom i ämbetet som biktfader hade han en portugisisk jesuit, men utan den avskyvärda vanan hos den religionen, vid namn António Macedo, en person med gott omdöme och tillräcklig litteratur. Eftersom ambassadören inte förstod de språk som drottningen kände till, inte heller portugisiska perfekt, ville han att det skulle finnas en tolk både i deras närvaro och som ambassad för en av hennes sekreterare, som presenterade sin herres begrepp för henne på latin, och för honom återgav han till portugisiska vad drottningen sade på latin.

Det hände att denne sekreterare blev sjuk, så att ambassadören inte hade någon att ersätta i ett sådant ministerium, om inte Macedo. Hans tillstånd var inte okänt för drottningen, varigenom hon redan från tillfället med honom till en början introducerade brevföreställningar i allmänhet och sedan även om religion. Och eftersom hon var klurig och förvånad över att urskilja männen, förstod hon att hon kunde växa med Macedo. Förutom resten ville hon förbli klarlagd, genom olika frestelser, om huruvida han och de andra i hans skola trodde på sanningen vad de bekände, eller tidigare, att de var simulatorer av denna tro för att tjäna mänsklig politik. Men hon såg och kände hur han och hans munkar trodde på de katolska doktrinerna så uppriktigt att de ansåg sig själva lyckliga att ge sina liv till försvar för dem.

Hon skärpte därför praktik och konferenser inte bara när Macedo, utsänd av hans herre, kom till henne, utan också ofta i närvaro av denne mästare, som inte förstod något, bara insåg att samtalet mellan drottningen och Macedo var mycket längre än vad han sade till tolken och vad han fick höra av honom som svar. Men Macedo, utan att ljuga, tilldelade som anledning olika litterära frågor som drottningen ställde. Detta misshagade inte ambassadören, han rådde sig själv att på detta sätt skulle han få mer nåd och därmed lättare i sina angelägenheter.

När hon anförtroddes tillräckligt, eftersom hon såg att praktiken med Macedo inte kunde vara vare sig fri eller varaktig, försökte hon be honom att föra med sig ett trovärdighetsbrev till kompaniets general och berätta för honom med rösten vilken benägenhet hon kände att omfamna den katolska tron; men att hon framför allt ville kommunicera i religionsfrågor med två teologer av den ordningen, som skulle gå dit förklädda och okända för alla, och ville att de skulle vara italienare, som av en nation som var mindre misstänksam för henne, och som skulle göra dem friare från risken för upptäckt.

Macedo var inte otålig, även om det, för att inte dela så mycket mystik med ambassadören, passade honom att lämna i sken av flykt; varpå hon trodde att han hade svikit honom, antingen genom att stjäla något skrift från honom eller genom att vilja avslöja hans hemligheter. Och ändå bad han omtänksamt och, på grund av den uppenbara rättvisa i hennes begäran, bönföll drottningen att Macedo skulle hållas kvar för att ansluta sig till honom innan ombordstigningen och att föra tillbaka honom med våld. Hon befann sig i nöd och kunde inte heller öppna sig mindre för sin egen minister, till vilken hon begick denna avrättning. Emellertid påtvingade hon honom i hemlighet att när Macedo råkade anlända, skulle hon göra allt för att få honom att återvända villigt (vilket hon visste skulle vara förgäves) och lovade att blidka ambassadören.

Men om han envist gjorde motstånd, befallde hon honom att fly från sina stater, och ville inte att hon skulle tvingas att smutsa ner sig med blodet från en som hon hade haft hushåll hos; och hon låtsades för ambassadören att hon inte kunde komma till honom. Och hon, emellertid, förhandlade med alla en fast beslutsamhet att aldrig mer ta emot en så elak ras som jesuiterna lyckades med.

Ministern fann Macedo i hamnen i Lübeck, som hade hindrats från att sätta segel av vindens motstånd; men eftersom han inte kunde omvända honom till att frivilligt återvända för att påstå att han var en förnuftsman för honom, verkställde han både med honom och talaren drottningens andra bud. Varav den informerade talaren skrev eldiga brev på var sida mot den oskyldige gärningsmannen; därav drabbades han av fallgropar till livet på vägen, och i Portugal skändning antingen som en förrädare mot prinsen eller som en avfälling från tron.

Han anlände till Rom år 1651 i slutet av hösten; och han fann Francesco Piccolomini, till vilken drottningen hade riktat brev från henne, inte längre general eller levande; varpå hon gick med på att överlämna dem till kyrkoherden som ersattes av honom Goswin Nickel, assistent från Tyskland. Och det hände passande att denna förändring ignorerades av Kristina när hon skrev; därför att hon i den saken, som hon visste kunde förorsaka henne Kronans förlust, och till och med hennes liv, på grund av Sveriges elaka lagar, inte lätt skulle ha litat på en tysk, en nation så fruktansvärt kränkt av sina fäder och av hennes vapen.

Nickel vågade inte enbart med sitt eget råd ta sig an en så stor affär; och han trodde att det var legitimt för honom att anförtro den till en sådan man som kardinal Chigi, dåvarande Statssekreterare, mycket bekant med Norden och hans inneboende herre. Sedan, för att trösta honom, omfamnade han en from undersökning. Och han valde i hemlighet för det uppdraget Alessandro Malines, från Piemonte och Paolo Casati, från Piacenza, båda födda adliga, experter på det franska språket, som var det vanligaste för Kristina; de var medelålders och hade en hy som var toleranta för all trötthet, experimentella till sin dygd, livliga av intellekt, uppmaning av tungan, kloka i att behandla och försedda med olika bokstäver, både heliga och profana, och särskilt geometriska, vilka, i singulär karaktär var tilltalande för drottningen, kunde ge dem rätten att ofta diskutera med henne och till hennes glädje dela de strängaste diskurserna.

Efter olika strapatser och faror anlände de till Stockholm, som är Sveriges kungliga stad, i slutet av februari år 1651. Och eftersom drottningen inte litade på någon av sitt folk, kom man överens om att av gissningar om nyheten kom till ljus bör de ges, iakttagande av tidens gång och människors kvalitet. Så en dag, medan processionen föregick henne, och de två, hedrade av de andra som främlingar, gick framför henne, gick hon förbi en dörr utan att se på dem och frågade dem med låg röst om de var säkra på att de förväntades. Till vilken de svarade i samma form av ja, praxis infördes, men alltid aldrig full av oändliga misstankar och olägenheter som skulle ha visat sig oöverstigliga för något mindre uppriktigt hjärta och för någon mindre skarpsinnig hjärna än Kristinas.

Slutligen, efter många och långa diskussioner, var hon nöjd med sanningen om vår enda tro, och hon frågade de religiösa om påven kunde avstå från att leva ett katolskt liv i hemlighet och ta luthersk nattvard öppet en gång om året. Och efter att ha hört nej, eftersom simuleringen av falsk tillbedjan är en handling som i sig är förolämpande mot Gud, tillade hon: »Jag måste därför avsäga mig riket.«

Hon hade försökt tämja den katolska religionen där med hjälp av nytta, glädje och ära, och hämtat in hantverkare, skriftställen och kavaljerer från provinserna där den fanns, som accepterade landet och gradvis skulle ta bort odium och fasa; men allt hade inte varit någonting, adelsmännens intressen och allmogens licens hindrade detta, så att alla där emellan var avundsjuka över att en religion så lätt att uppnå inte slog rot där för att ta herraväldet varhelst det är lärt, och att herrskapet skulle ha klätt den första från kyrkliga plundringar och bundit alla med kyrkliga lagar. Därför beslöt fallet av ett sådant hopp henne att lämna kronan och Sverige och att dra sig tillbaka för att leva privat i ett sådant land där hennes tillgång till himlen inte skulle stängas vid döden.

Med denna resolution sände hon i början av maj år 1652 Casati tillbaka till Rom, som den yngsta, med trovärdighetsbrev till generalen och med planen att sända andra brev till påven Innocentius X, genom Malines, när affären var mogen. Men så tänkte han åter att en sådan affär, som kunde vara inblandad i tusen knop, och i behov av tusen hjälp, borde förlita sig på någon stor potentat. Efter att en tid ha bestämt sig för konungen av Frankrike, som en kollega-furste, ändrade han sig och insåg att han inte kunde vända sig någon annanstans än till konungen av Spanien, i vilken det inte skulle finnas plats för några giltiga politiska överväganden om möjligt att behålla konungen av Frankrike och kejsaren, och vars monarki är ordnad i en sådan form som utgör äran och intresset för den katolska trons beskydd.

Fast i detta fann hon ett sätt att övertyga sin Råd om att en ambassadör skulle skickas till Spanien för ett fördrag som var acceptabelt för trafik- och sjöfartsmedborgarna, och förutsåg att detta ömsesidigt skulle röra spanjorerna, som önskade god korrespondens med den mäktiga drottning och konfederation med fransmännen, för att skicka en liknande till henne. Så det hände snart; och talaren som kom till henne var Antonio Pimentel, kavaljer i konungariket León. Han sågs kort av drottningen som vis och from, hon upptäckte hans inre. Och de beslöt att Pimentel skulle låta konungen återkalla och avgöra saken i Spanien, men att emellertid Malines skulle skickas dit med brev till konungen och till hans favorit för att styra transaktionen och att även ordna med den prinsen att följa med och autentisera ett sådant tillkännagivande med hans eget brev till påven; varigenom drottningen också överlämnade sina brev till Malines med andra adresserade till kardinal Panfilio, då dominerande i palatset, till kardinal Chigi och till generalen, och det ordnades att Malines skulle ta alla förutnämnda affärer till Rom, sedan det hade anlänt i Madrid till Pimentel, som hade äran att med sin auktoritet ge den slutliga uppfyllelsen av fördraget i det hovet.

Men Malines anlände till Spanien och affären skissades upp, sedan Pimentel inleddes, vindarnas perversitet hindrade honom från att fortsätta sin resa och knuffade honom tillbaka till Sveriges hamnar, varpå den andra, efter att ha väntat på honom länge och förgäves, var tvungen att lämna det ofullkomliga verket, återkallas till Italien av sina överordnade, där han sedan fortsatte att korrespondera med brev med drottningen, som successivt delgav honom och generalen sina tankar till slutet och använde sig av deras arbete.

Pimentels återkomst var kär för drottningen eftersom hon hade någon med sig att lita på, så hon ville att han skulle stanna och låtsas i denna överensstämmelse med nya order från sin furste; och i hans ställe ordnades det att broder Juan Bautista Güemes, en dominikan religiös begåvad med redlighet och klokhet, skulle gå, som, efter att ha tjänat med dissimulation av klädsel som var nödvändig i dessa länder till greve Rebolledo, Spaniens ambassadör i Danmark, hade sänts av honom i hans affärer i Madrid och hade av misstag tagit Pimentels kompani på resan och hade fallit under för samma sjöolycka och samma nödvändighet att återhämta sig i sängen vid Sveriges kuster, så att hans resa till Spanien var fri från alla skuggor.

Ministrarna vid det spanska hovet skulle, på grundval av de första förslagen i ärendet som de hade kommit till dem av Malines, i varje fall ha velat att drottningen skulle fortsätta i riket för de fördelar som skulle vara överflödiga, både för den katolska tron ​​och för den katolske konungen. Men eftersom konungen kände att det var omöjligt att göra detta utan att bryta mot samma tro, accepterade konungen generöst att vara gudfadern till en sådan vacker handling. Nu, medan Spaniens överläggningar pågick, hade drottningen dröjt med att beordra att hennes brev och kännedomen om hennes beslutsamhet skulle lämnas till påven, och kardinal Chigi hade bara gett honom en osäker glimt av det; hon innehöll sig själv bland dessa tecken, delvis på grund av den osäkerhet som hennes naturligt mindre godtrogna sinne hade angående ett kvinnligt hjärtas beständighet i ett mer än virilt förslag; ja, för hon såg att ingenting kunde skada avrättningen mer än den förväntade utvidgningen av nyheterna.

I sanning hade kardinalen också en annan ovilja att utvidga sig i denna fråga utöver vad som var nödvändigt med påven. Sedan drottningen skickade Casati, visade hon sig villig att komma och stanna i Rom, som i staden huvudet för den religion som hon omfamnade och för vilken hon övergav spiran och sitt fosterland och där hon kunde leva friare än i stater av någon världslig furste och har mer tröst av ande och studier och av någon ärlig förtjusning än någon annan plats i världen, för vilken även påven för sin ära redan visat sig vara mycket ivrig. Men kardinalen ansåg att, även om drottningen var på väg att se enastående exempel på varje kristen dygd i denna stad, ändå, eftersom mänskliga ögon av naturen är vända uppåt, skulle den omåttliga auktoriteten hos påvens svägerska kanske vara mer anmärkningsvärd i hennes ögon, utövad av henne med missbildad girighet och ärelystnad, så kardinal Chigi hade velat antingen att drottningens ankomst var förbehållen bättre tider, eller att tron ​​åtminstone tidigare satte fastare hjärtrötter i henne.

Denna önskan från kardinalen var understödd av händelseförloppet, så att även om konung Filips svar till drottningen som vi nämnde senare kom till drottningen, dröjde hon med att ge en redogörelse för affären för påven genom att konungen utsågs till den första kungörelsen, som sagt, ty när hon lämnade Sverige och tog sin tillflykt till hans flamländska provinser.

För att uppnå detta förklarade hon att hon, eftersom hon inte ville böja sig för ett fruktsamt liv, föreslog att undvika de störningar som osäkerheten om hennes efterträdare skulle orsaka i händelse av hennes död, därför hade hon tagit emot råd att från och med nu  påstår att de gjorde valet; och med auktoritet och övertygelse arrangerades det att ersätta henne med Karl Gustav av Bayern, hertig av Zweibrücken, son till en syster till konungen, hennes far, och uppfostrade henne med honom med förhoppningar om att få riket, men som en gemål, inte som en efterträdare.

Sedan tog hon ett andra steg och sade, att för att undvika de avundsjukorna och uppvigelserna som ibland uppstår medan den ena äger riket och den andra hoppet och rätten till succession, behagade det henne att använda denna tacksamhet till sitt Sverige för att överlämna hennes arv i livet och att gå i pension på ett privat villkor, njuta av lugnet och försörja sig på studier. Och fastän hon häri mötte en otrolig hårdhet hos folket, vars all kärlek hon ägde, och som under henne hade åtnjutit all den rättvisa, ära och mänskliga lycka de kunde önska, gick de slutligen med på att ge efter hennes vilja. Hon reserverade sig inte för ett sådant avstående vare sig på torg eller i hamnar för att inte lämna efter sig statens svartsjuka, utan för att fortsätta med den uppriktighet som anstår den katolska trons uppriktighet.

Man var väl överens om att tvåhundratusen daler per år skulle betalas till henne i några mycket säkra inkomster, och detta med så försiktiga former, fastän endast återfinns i hjärnan på drottningen, som i denna fråga bara hade detta som sin direktör och rådgivare, och hon kunde inte mindre berövas det i kraft av Sveriges helgerhelgande lagar, vilket man i sinom tid kommer att visa, önskan att konungen skulle förbjudas att missa det utan en klar otacksamhet, inte beslöjad av någon rättvisas mantel.

När förutsättningarna väl hade fastställts inträffade saken; och den sjuttonde juni, år 1654, lämnade hon sina rum i klänning och med ett följe mer kungligt än någonsin, som den sista funktion hon hade att fullgöra som drottning, i den stora portiken i det kungliga slottet i Uppsala, sittande på tronen och under en pompös baldakin, lät hon läsa upp instrumentet för hans donation till förmån för Karl Gustav, som var närvarande där, överlämnande åt honom alla hennes rike; och å andra sidan lästes ett patent i hans namn, i vilket han som ny konung förpliktade hennes tre öar, och några inträdde i Pommern, vars årliga värde han uppskattade som vi tidigare nämnt, hjälpte till att stoppa kontraktet för båda parter Ständernas myndighet.

Då reste sig Kristina, klädde av sig alla de kungliga insignierna, överlämnade dem en efter en till olika ämbetsmän enligt riten; och slutligen, när hon nästan korrigerade långsamheten hos de förvånade och darrande tjänarna som fanns omkring henne, tog hon plötsligt av sig sin purpurfärgade dräkt med glad uppriktighet och dök upp i en privat jungfrus klänning. ...

English translation (my own):

... Feeling disturbed by various doubts which in her moved either the sharpness of her own spirit or the suggestion of the enemy spirit, she wished to confer some with reputed men, and especially with those of the company of Jesus, who are the most famous antagonists of heretics in the North. But because their name, as such, which had already induced King Sigismund to the profession of the Catholic faith and to the submission of himself and of the kingdom to the Roman pontiff, being execrated by the Swedes, she saw no way to do it.

Now God, whose most subtle artifices are those which to man seem like works, in which, nothing having human industry, all artifice belongs to God, opened the way for this in the month of July in the year 1650. José Pinto Pereira had come to Sweden as ambassador of the King of Portugal on account of maritime trade; and with him in the office of confessor was a Portuguese Jesuit, but without the odious habit of that religion, by name António Macedo, a person of good judgment and sufficient literature. As the ambassador did not understand the languages ​​familiar to the Queen, nor Portuguese perfectly, he wanted there to be an interpreter both in their presence and as the embassy of one of her secretaries, who presented the concepts of his lord to her in Latin, and to him he rendered into Portuguese what the Queen said in Latin.

It happened that this secretary fell ill, so that the ambassador had no one to replace in such a ministry, if not Macedo. His condition was not unknown to the Queen, whereby she, right from the occasion, introduced with him discourses of letters in general at first and then also of religion. And as she was shrewd and amazed in discerning the men, she understood that, with Macedo, she could grow. In addition to the rest, she wanted to remain clarified, by various temptations, on whether he and the others of his school believed in truth what they professed, or sooner, that they were simulators of this belief to serve human politics. But she saw and felt how he and his religiouses believed in the Catholic doctrines so truly that they esteemed themselves fortunate in giving their lives in defense of them.

She therefore tightened the practice and the conferences not only when Macedo, sent by his master, came to her, but also often in the presence of this master, who, understanding nothing, only realised that the conversation between the Queen and Macedo was much longer than what he said to the interpreter and what he was told by him in response. But Macedo, without lying, assigned as a reason various literary questions put forward by the Queen. This did not displease the ambassador, advising himself that in this way he would gain more grace and thus ease in his affairs.

When she was entrusted sufficiently, seeing that the practice with Macedo could not be either free or lasting, she attempted to ask him to bring a letter of credence to the general of the Company and to tell him by voice the inclination she felt to embrace the Catholic faith; but that above all she wished to communicate in matters of religion with two theologians of that order, who would go there disguised and unknown to everyone, wanting them to be Italians, as of a nation less suspicious to her, and which would make them freer from the risk of discovery.

Macedo was not restive, although, in order not to share so much mystery with the ambassador, it suited him to leave in the semblance of escape; whereupon she believed that he had betrayed him, either by stealing some writing from him or by wanting to reveal his secrets. And yet he solicitously asked and, due to the apparent justice of her request, implored the Queen to have Macedo kept behind to join him before embarkation, and to bring him back by force. She found herself in distress, not being able either to open up any less to her own minister, to whom she committed this execution. However, she secretly imposed on him that when Macedo happened to arrive, she would make every effort to make him return willingly (which she knew would be in vain) promising to appease the ambassador.

But, if he stubbornly resisted, she commanded him to flee from his states, not wanting her to be forced to dirty herself with the blood of one with whom she had kept some household; and she pretended to the ambassador that she could not get to him. And she, in the meantime, peddled with everyone a firm resolution never to receive such a wicked breed again as the Jesuits succeeded.

The minister found Macedo in the port of Lübeck, who had been prevented from setting sail by the opposition of the wind; but, not being able to convert him to voluntarily return to allege that he was a man of reason for him, he put into effect both with him and with the orator the second commandments of the Queen. Of which the informed orator wrote fiery letters on each side against that innocent offender; hence he suffered pitfalls to life along the way, and in Portugal infamy either as a traitor to the prince or as an apostate from the faith.

He arrived in Rome in the year 1651 at the end of the autumn; and he found Francesco Piccolomini, to whom the Queen had addressed letters from her, no longer a general or alive; whereupon she agreed to deliver them to the vicar substituted by him Goswin Nickel, assistant from Germany. And it happened fittingly that this change was ignored by Kristina when she wrote; because she in the matter, which she knew could cause her the loss of the Crown, and even her life, due to the wicked laws of Sweden, would not have lightly trusted a German, a nation so atrociously offended by her fathers and by her arms.

Nickel did not dare to undertake such a great affair with his own advice alone; and he believed that it was legitimate for him to confide it to such a man as Cardinal Chigi, then secretary of state, very familiar with the North, and his intrinsic lord. Then, to comfort him, he embraced a pious inquest. And he secretly chose for that mission Alessandro Malines, Piedmontese, and Paolo Casati, from Piacenza, both born nobly, experts in the French language, which was the most common to Kristina; they were of middle-age and of a complexion tolerant of any fatigue, experimental in virtue, lively of intellect, prompt of tongue, shrewd in treating, and endowed with various letters both sacred and profane, and especially geometric ones, which, being singularly pleasing to the Queen, could give them the right to discuss frequently with her and share to her delight the most severe discourses.

After various hardships and dangers they arrived in Stockholm, which is the royal city of Sweden, at the end of February of the year 1651. And because the Queen did not trust any of her people, it was agreed that by conjecture if the news came to light, they should be given, observing the course of time and the quality of people. So one day, while the procession was preceding her, and those two, honoured by the others as strangers, were walking in front of her, she, passing a door without looking at them, asked them in a low voice if they were certain they were expected. To which they answered in the same form of yes, the practice was introduced, but always never full of infinite suspicions and inconveniences which would have proved insuperable to any less frank heart and to any less astute brain than that of Kristina.

Finally, after many and long discussions, she was satisfied with the truth of our only faith, and she asked those religiouses whether the Pope could dispense with her from living a Catholic life in secret, taking Lutheran communion openly once a year. And having heard no, because the simulation of false worship is an act intrinsically insulting to God, she added: "I must therefore depose myself from the kingdom."

She had attempted to domesticate the Catholic religion there by means of utility, delight, and honour, bringing in from the provinces where it was located craftsmen, men of letters, and cavaliers, who accepted the country and would gradually take away the odium and horror; but everything had been nothing, the interests of the nobles and the license of the common people preventing this, so that, between the one and the other, everyone there was jealous that a religion so easy to achieve did not take root there to take lordship wherever it is learned, and that the lordship would have stripped the first of ecclesiastical plunders and bound everyone with ecclesiastical laws. Therefore, the fall of such a hope determined her to leave the Crown and Sweden and to retire to live privately in such a land where her access to Heaven would not be closed upon death.

With this resolution, at the beginning of May of the year 1652, she sent Casati back to Rome, as the youngest, with letters of credence to the General and with the plan of sending other letters to Pope Innocent X, through Malines, when the affair was mature. But then he thought again that such an affair, which could be involved in a thousand knots, and in need of a thousand helps, should rely on the hand of some great potentate. After having set his mind for some time on the King of France, as in a colleagued prince, he changed his mind and realised that he could not turn elsewhere than to the King of Spain, in whom there would be no place for some valid political considerations peradventure to retain the King of France and the Emperor, and whose monarchy is ordered in such a form that constitutes the honour and interest in the patronage of the Catholic faith.

Fixed in this, she found a way to persuade her Senate that an ambassador should be sent to Spain for a treaty agreeable to the citizens of traffic and navigation, foreseeing that this would mutually move the Spaniards, who were desirous of good correspondence with that potent Queen and confederate with the French, to send a similar one to her. So it soon happened; and the orator who came to her was Antonio Pimentel, cavalier of the kingdom of León. He was briefly seen by the Queen as wise and pious, she discovered his interior. And they decided that Pimentel should have the King recalled and settle the matter in Spain, but that in the meantime Malines should be sent there with letters to the King and to his favourite to direct the transaction and to also arrange that prince to accompany and authenticate such an announcement with his own letter to the Pontiff; whereby the Queen also delivered her letters to Malines with others addressed to Cardinal Panfilio, then dominant in the Palace, to Cardinal Chigi, and to the General, and it was arranged that Malines would take all the aforementioned dealings to Rome, after it had arrived in Madrid to Pimentel, who had the honour of giving the final fulfillment to the treaty in that court with his authority.

But Malines arrived in Spain and the affair was sketched out, then Pimentel being embarked, the perversity of the winds stopped him from continuing his voyage and pushed him back to the ports of Sweden, whereupon the other, after waiting for him for a long time in vain, had necessity of leaving the imperfect work, being recalled to Italy by his superiors, where he then continued to correspond with letters with the Queen, who successively communicated her thoughts to him and the general until the end and made use of their work.

Pimentel's return was dear to the Queen because she had someone with her to trust, so she wanted him to stay, pretending in this conformity to new orders from his prince; and in his place it was arranged that Brother Juan Bautista Güemes, a Dominican religious endowed with probity and prudence, should go, who, having served with dissimulation of dress necessary in these countries to the Count Rebolledo, the ambassador of Spain to Denmark, had been sent by him on his business in Madrid and had accidentally taken Pimentel's company on the voyage and had succumbed to the same maritime accident and the same necessity of recovering in bed on the coasts of Sweden, so that his voyage to Spain was free from all shadows.

The ministers of the Spanish court, on the first propositions of the matter brought to them by Malines, would have wanted at any rate that the Queen should continue in the kingdom for those advantages, which would be redundant, both to the Catholic faith and to the Catholic King. But, feeling the impossibility of doing this without violating the same faith, the King generously accepted to be the godfather of such a beautiful act. Now, while Spain's deliberations were pending, the Queen had delayed in ordering her letter and the knowledge of her determination to be given to the Pope, and Cardinal Chigi had only brought him some uncertain glimmer of it; she contained herself among these signs, partly because of the uncertainty which her naturally less than credulous mind had regarding the constancy of a feminine heart in a more than virile proposement; yes, because she saw that nothing could harm the execution more than the anticipated dilation of the news.

In truth, the Cardinal also had another reluctance to extend himself in this matter beyond what was necessary with the Pope. Since the Queen sent Casati, she showed herself willing to come and stop in Rome, as in the city the head of that religion which she embraced, and for which she abandoned the scepter and her Fatherland and where she could live more freely than in the states of any secular prince and have more consolation of spirit and studies and of any honest delight than any other place in the world, for which even the Pontiff, for his glory, already showed himself to be very eager. But the Cardinal considered that, although the Queen was about to see outstanding examples of every Christian virtue in this city, nevertheless, since human eyes are by nature turned upwards, the immoderate authority of the Pope's sister-in-law would perhaps be more noteworthy in her eyes, exercised by her with deformed greed and ambition, so Cardinal Chigi would have liked either that the Queen's coming be reserved for better times, or that at least sooner the faith put firmer roots in her heart.

This desire of the Cardinal was seconded by the course of events, so that although King Philip's replies to the Queen we mentioned later came to the Queen, she delayed giving an account of the affair to the Pontiff through the King's appointment as the first announcer, as was said, for when she left Sweden and took refuge in his Flemish provinces.

In order to achieve this, she declared that, not wanting to bow to a fecund life, she proposed to obviate those disturbances that the uncertainty of her successor would cause in the event of her death, hence she had taken advice that from now on the states they made the election; and, with authority and persuasion, it was arranged to substitute her with Karl Gustav of Bavaria, Duke of Zweibrücken, son of a sister of the King, her father, and raised her with him with the hopes of having the kingdom, but as a consort, not as a successor.

Then she took a second step, saying that, to avoid the jealousies and seditions which sometimes arise while one has the possession of the kingdom, and the other the hope and right of succession, it pleased her to use this gratitude to his Sweden to consign her legacy in life and to retire on a private condition, enjoying the quiet and nourishing herself on study. And although in this she encountered incredible harshness in the people, all of whose love she possessed, and who under her had enjoyed all the justice, glory and human felicity they could desire, they finally agreed to concede to her will. She did not reserve such renunciation either in places or ports so as not to leave behind jealousies of state, but to proceed with that candour that befits the sincerity of the Catholic faith.

It was well agreed that two hundred thousand dalers per year should be paid to her in some very secure incomes, and this with such cautious forms, although only found in the brain of the Queen, who in this matter had only this as her director and advisor, and she could no less be deprived of it by virtue of the sacrilegious laws of Sweden, as one will demonstrate in due course, wishing that the King should be forbidden to miss it without a clear ingratitude not veiled by the cloak of any justice.

Once the conditions had been established, the matter occurred; and on the seventeenth day of June, in the year 1654, she left her rooms in a dress and with a retinue more royal than ever, as the last function she had to perform as Queen, in the great portico of the royal palace of Uppsala, seated on the throne and under a pompous baldaquin, she had the instrument of his donation read aloud in favour of Karl Gustav, who was present there, ceding to him all her kingdoms; and on the other hand a patent was read in his name, in which he as the new king obligated to her three islands, and some entered into Pomerania, the annual value of which he estimated as we mentioned earlier, helping to stop the contract for both parties the authority of the states.

Then Kristina got up, stripping off all the royal insignia, handing them over one by one to various officials according to the rite; and finally, almost correcting the slowness of the astonished and trembling servants who were around her, she, with cheerful frankness, suddenly took off her purple robe and appeared in the dress of a private maiden. ...

Notes: svezzesi = svedesi.

avventurati = avventurosi.

Alessandro Malines = Francesco Malines.

Antonio Pimentel arrived at Dalarö on August 12, 1652, along with his wife, children and an entourage of 50 people, to appear in Stockholm on August 16. Kristina received him on August 19.

Brother Juan Bautista Güemes was later present at Kristina's private conversion ceremony in the Archduke Leopold Wilhelm's chapel at the Palace of Coudenberg in Brussels (then part of the Spanish Netherlands) on December 24, 1654.

The Pope's sister-in-law = Olimpia Maidalchini Pamphilj. She was seen by her contemporaries as having influence regarding papal appointments.

Kristina's abdication took place on June 6/16, not June 7/17.

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